ascolto selettivo

 

Gli anziani con un passato da musicisti hanno una migliore capacità di capire ciò che gli viene detto durante una conversazione in mezzo al caos rispetto ai pari età che non hanno dimestichezza con il linguaggio musicale. In altre parole: conoscere come funzionano note e spartiti aiuta a preservare l’ascolto selettivo nella terza età. L’ascolto selettivo è noto anche come “effetto cocktail party”, ovvero la capacità di riuscire a distinguere la voce dell’interlocutore nonostante il rumore circostante tipico, appunto, delle feste e degli ambienti popolati da molte persone.    

Questo filtro eseguito involontariamente dal nostro orecchio tende a smarrirsi con l’avanzare degli anni anche in assenza di ipoacusia e può condizionare pesantemente la quotidianità degli anziani. Un declino inevitabile che, stando agli esiti di uno studio, potrebbe essere limitato per chi ha studiato e praticato musica in gioventù.

Lo studio

La ricerca, pubblicata sulla rivista Ear and Hearing e condotta da un team di studiosi provenienti dalla Cina, aveva l’obiettivo di indagare gli effetti dell’esperienza musicale e dell’invecchiamento sulla capacità di percepire il parlato in un contesto rumoroso. 

Gli studiosi hanno reclutato 48 musicisti più anziani, 48 musicisti giovani, 29 anziani senza esperienze musicali e 29 giovani, tutti con un udito periferico più o meno nella norma. I partecipanti dovevano riconoscere frasi inserite in discorsi senza senso pronunciate in contesti resi avversi all’ascolto attraverso l’utilizzo di appositi mascheratori (energetici e informativi). 

L’obiettivo dei ricercatori era quello di misurare la memoria di lavoro uditiva dei partecipanti e l’impatto diretto ed indiretto dell’esperienza musicale sull’effetto “cocktail party” correlato alla diversa età.

Gli esiti

I risultati hanno evidenziato una migliore performatività dei musicisti anziani rispetto ai pari età non musicisti in tutti i processi uditivi coinvolti nell’ascolto selettivo, in particolare nella capacità di separare e distinguere correttamente i rumori circostanti e la voce dell’interlocutore. A detta degli autori, il motivo è riconducibile ad uno sviluppo più accentuato di memoria di lavoro uditiva degli anziani che hanno praticato musica, indipendentemente dal livello di formazione musicale.  

Tuttavia, non sono stati riscontrati gli stessi esiti confrontando i due gruppi di partecipanti composti da soggetti giovani: in questo caso, la conoscenza del linguaggio musicale non era associata ad alcun vantaggio significativo in termini di ascolto selettivo. 

Questo studio è interessante perché evidenzia il possibile ruolo dell’allenamento musicale, ed il conseguente potenziamento della memoria di lavoro uditiva, nel ridurre l’inevitabile calo della comprensione del parlato in ambienti rumorosi. 

Il linguaggio musicale, quindi, rappresenta uno strumento di “riserva cognitiva”. come definiscono gli autori, che può rappresentare un utile supporto per migliorare, in generale, le difficoltà di comprensione. Dovute al tempo, e non solo. 

Ma è bene ricordare che la prevenzione uditiva è tutt’altra cosa e che eseguire un controllo all’udito almeno una volta all’anno, in particolare per gli over 50, rappresenta una buona pratica per salvaguardare e migliorare la propria capacità di ascolto.

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